Il CTU cosa deve accertare?

da | Apr 26, 2022 | Cassazione, Leggi e normative

Il Consulente Tecnico d’Ufficio nominato dal Giudice

Il Consulente nominato dal Giudice può accertare tutti i fatti inerenti all’oggetto della lite. Condizione fondamentale che non si tratti dei fatti principali. Le sezioni unite chiariscono infatti che “è onere delle parti allegare a fondamento della domanda o delle eccezioni,  tutti i documenti necessari al fine di rispondere ai quesiti sottopostigli, a condizione che essi non siano diretti a provare i fatti principali dedotti a fondamento della domanda e delle eccezioni che è onere delle parti provare”.

La consulenza tecnica d’ufficio – Definizione

Ai sensi dell’articolo 61 del Codice di procedura civile, quando per la risoluzione della controversia sono necessarie cognizioni in materie specifiche che il giudice non conosce e non è tenuto a conoscere, e quando i fatti da accertare siano riscontrabili solo attraverso specifiche cognizioni od esperienze tecniche, l’organo giudicante può farsi assistere da uno o più consulenti tecnici.

Il consulente tecnico d’ufficio è dunque un professionista che assume il ruolo di ausiliario del giudice. Grazie alle sue specifiche conoscenze tecniche, il consulente tecnico è in grado di portare nel processo civile una valutazione puramente tecnica dei fatti della causa.

La disciplina

Quando la decisione della controversia dipende dalla risoluzione di una questione tecnica, il giudice dispone la consulenza tecnica e procede alla nomina di un consulente tecnico scegliendolo tra quelli iscritti nell’albo del Tribunale di appartenenza.

Con l’ordinanza di nomina, che va comunicata alle parti se adottata fuori udienza, il giudice fissa l’udienza nella quale il consulente tecnico deve comparire per il giuramento ed il conferimento dell’incarico.

Per documentare in concreto l’attività svolta, il consulente tecnico d’ufficio deve redigere verbale delle operazioni peritali espletate e la relazione deve essere depositata nel termine fissato dal giudice.

Nell’esercizio del suo mandato il Consulente può compiere le indagini che gli sono affidate dal giudice e può anche essere autorizzato a chiedere chiarimenti alle parti o ad assumere informazioni da terzi.

In genere anche a norma dell’art. 195 c.p.c. al consulente viene demandato di redigere una relazione scritta (c.d. CTU o consulenza tecnica d’ufficio).

La relazione viene trasmessa dal consulente alle parti entro i termini indicati dal giudice nell’ordinanza resa all’udienza di giuramento del CTU.

Le parti ed i loro consulenti tecnici possono, ai sensi dell’art. 194 c.p.c., presenziare alle operazioni, fare richieste, presentare contestazioni ed osservazioni, delle quali dovrà tenere conto sia il consulente tecnico, sia il giudice nel motivare la decisione. Il giudice, infatti, ha l’obbligo di indicare nella motivazione della pronuncia le ragioni che l’hanno indotto a disattendere le critiche mosse da un consulente di parte avverso la consulenza tecnica d’ufficio e non può limitarsi a richiamare acriticamente le conclusioni del consulente (Cass. civ., Sez. III, 09/06/2011, n. 12686).

Una volta ricevute le osservazioni il consulente tecnico d’ufficio dovrà depositare (nell’ultimo termine assegnato dal giudice) la relazione definitiva con le osservazioni delle parti e una sintetica valutazione sulle stesse.

Ai sensi dell’art. 196 c.p.c. il Giudice può disporre la rinnovazione delle indagini o la sostituzione del consulente per gravi motivi.

La giurisprudenza da tempo ha chiarito che la consulenza tecnica d’ufficio non è, in linea di principio e come collocazione sistematica, un mezzo di prova e, come tale, è sottratta alla disponibilità delle parti ed affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito (Cass. civ., Sez. III, 13/03/2009, n. 6155; Cass. civ., Sez. I, 05/07/2007, n. 15219; Cass. civ., Sez. III, 02/03/2006, n. 4660) e non è soggetta al regime delle preclusioni istruttorie, potendo essere disposta in qualsiasi momento ed anche scaduti i termini di cui all’art. 183, 6° comma, c.p.c. (Cass. civ., Sez. lavoro, 21/04/2010, n. 9461).

In alcuni casi però, in concreto, la consulenza diviene vera e propria fonte di prova: ciò quando il sapere tecnico specialistico necessario ad integrare le conoscenze del giudice richieda non solo un’attività di deduzione, ma anche un’attività di percezione volta ad accertare i fatti (c.d. consulenza percipiente, costituente una vera e propria fonte oggettiva di prova, quando un fatto non è percepibile nella sua intrinseca natura se non con cognizioni o strumentazioni tecniche di cui il giudicante è privo, o, comunque, risulta di più agevole ed efficace accertamento ove l’indagine sia condotta da un ausiliario dotato di specifiche cognizioni tecnico-scientifiche).

In ogni caso la consulenza tecnica non può sopperire all’onere probatorio che incombe sulle parti, le quali non possono sottrarsi allo stesso e rimettere l’accertamento dei propri diritti all’attività del consulente, essendo necessario che quantomeno deducano i fatti e gli elementi specifici posti a fondamento di tali diritti e che il giudice ritenga che il loro accertamento richieda cognizioni tecniche che egli non possiede, o che la consulenza sia diretta a dimostrare l’accadimento o il non accadimento di un fatto la cui prova la parte non possa in altro modo fornire (divieto di c.d. consulenza esplorativa) .

La consulenza tecnica non rientra nella disponibilità delle parti, ma è rimessa al potere discrezionale del giudice, il cui esercizio è incensurabile in sede di legittimità (tra le tante Cass. civ., Sez. II, 03/01/2011, n. 72).

Peraltro, tale principio deve essere coordinato con l’obbligo per il giudice di motivare adeguatamente, sia in ordine alla ammissione della consulenza che al diniego della stessa.

In generale la motivazione può anche essere implicitamente desumibile dal complesso delle argomentazioni svolte e dalla valutazione del quadro probatorio unitariamente considerato.

Tuttavia, quando la decisione della controversia dipende unicamente dalla risoluzione di una questione tecnica, il giudice non può da un lato non disporre indagini tecniche tramite la consulenza, e dall’altro, respingere la domanda perché non risultano provati i fatti che avrebbero potuto accertarsi soltanto con l’impiego di conoscenze tecniche. In questo caso, infatti, la mancata ammissione della consulenza si traduce in un vizio di insufficienza e contraddittorietà della motivazione.

La mancata ammissione della consulenza è giustificata, infatti, esclusivamente quando il giudice disponga di elementi istruttori e di cognizioni proprie, integrati da presunzioni e da nozioni di comune esperienza, sufficienti a fondare la decisione adottata.

Se, invece, la soluzione scelta non risulta adeguatamente motivata, il mancato ricorso alla consulenza è viziato e sindacabile in sede di legittimità (Cass. civ., Sez. II, 03/01/2011, n. 72).

Redazione

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