Tende e distanze legali

da | Giu 13, 2011 | Cassazione, Sentenze

Il principio secondo cui in materia di condominio trovano applicazione le norme sulle distanze legali (nella specie con riferimento al diritto di veduta) non ha carattere assoluto, non derogando l’art.1102 cod. civ. al disposto dell’art. 907 cod. civ., giacchè, dovendosi tenere conto in concreto della struttura dell’edificio, delle caratteristiche dello stato dei luoghi e del particolare contenuto dei diritti e delle facoltà spettanti ai singoli condomini, il giudice di merito deve verificare, nel singolo caso, se esse siano o meno compatibili con i diritti dei condomini. (Nella specie, gli attori avevano chiesto la rimozione di una tenda installata dalla convenuta nel balcone di sua proprietà, lamentando la lesione del diritto di veduta laterale dai medesimi esercitato dal balcone di loro proprietà ubicato a fianco di quello della convenuta; la S. C. ha confermato la sentenza impugnata che, nel rigettare la domanda, aveva ritenuto l’inapplicabilità delle norme sulle distanze in materia di vedute sul rilievo che i due balconi si trovavano a distanza inferiore a quella prescritta dall’art. 907 cod. civ.)

Svolgimento del processo

Piccini Enzo e Narducci Mara convenivano dinanzi al Tribunale di Trieste Lipari Rossella, chiedendone la condanna alla rimozione di una tenda che questa, proprietaria di un appartamento posto a fianco di quello degli istanti nello stesso condominio, aveva collocato a lato del proprio balcone, lamentando la lesione del loro diritto di servitù d’aria e di veduta e che, trattandosi di manufatto privo di qualsiasi utilità e scopo, esso era da considerarsi posizionato a fine meramente emulativo. La convenuta si costituiva in giudizio opponendosi alla domanda, che il giudice, esaurita l’istruttoria, respingeva.

Proposto gravame ad opera dei soccombenti, la Corte di appello di Trieste, con sentenza n. 262 del 3 luglio 2002, notificata il giorno successivo, confermava la decisione del primo giudice, assumendo che gli appellanti non avevano provato di essere titolari di un diritto di veduta laterale, il cui esercizio sarebbe stato loro impedito dalla tenda della controparte, non potendo esso presumersi esistente in ragione dello stato dei luoghi, atteso che i due balconi si trovano ad una distanza inferiore a quella legale e che, in ambito condominiale, sussiste, in capo a ciascun comproprietario, soltanto il diritto di veduta a piombo sul fondo comune, con la conseguente inapplicabilità, nella fattispecie, della disciplina sulle distanze legali. La domanda di rimozione fondata sull’asserito intento emulativo del manufatto veniva respinta, invece, sulla base della considerazione che alla tenda poteva riconoscersi, oltre la funzione di frangivento, l’utilità obiettiva di proteggere il diritto alla privacy dell’interessata.

Contro tale decisione, con atto notificato il 17 ottobre 2002, propongono ricorso Puccini e Narducci. Resiste con controricorso Lipari Rossella.

 

Motivi della decisione

Con un primo motivo, i ricorrenti denunziano violazione e falsa e/o erronea applicazione della norma di cui all’art. 907 cod. civ., lamentando l’erroneità della soluzione accolta dal giudice di appello in ordine alla inapplicabilità fra condomini della normativa sulle distanze legali, sostenendo che tale conclusione, se è valida con riferimento alle opere eseguite sulle parti comuni, non è per contro corretta con riguardo ai rapporti tra i singoli condomini che attengono alle loro porzioni di proprietà esclusiva, nel cui ambito, quindi, devono trovare piena applicazione le norme in tema di distanze tra fondi confinanti. Nella specie, il balcone della odierna resistente, su cui è stata collocata la tenda per cui è causa, era stato costruito, come risulta dai documenti depositati con il ricorso, in epoca successiva al poggiolo dei ricorrenti, sicchè essi si trovavano nella condizione di fatto e di diritto di veder garantito il loro diritto di veduta. Il ricorso contesta, inoltre, l’argomento circa la mancanza di prova del diritto vantato, osservando che esso è sorto, in capo agli attori, con la costruzione dell’edificio, cioè per destinazione del padre di famiglia. Si afferma, altresì, che, una volta riconosciuto, il diritto di veduta non può essere limitato alla sola veduta in appiombo, ma deve valere anche per la veduta laterale. Il motivo è infondato.

 

La giurisprudenza di questa Corte ha invero oramai da tempo precisato che il principio, invocato dai ricorrenti, secondo cui le norme in materia di distanze legali trovano applicazione anche nell’ambito dei rapporti tra condomini, non derogando l’art. 1102 cod. civ. al disposto dell’art. 907 in tema di vedute, non è un principio assoluto, dovendo la sua applicazione tenere conto, nel concreto, della struttura dell’edificio, delle caratteristiche dello stato dei luoghi e del particolare contenuto dei diritti e delle facoltà spettanti ai singoli condomini e che compete al giudice di merito valutare se, nel singolo caso, esse siano o meno compatibili (Cass. n. 3582/2001; 5637/2001; 3891/2000).

Tanto premesso, nel caso di specie la Corte territoriale ha osservato che lo stato dei luoghi era di fatto ostativo alla applicazione della norma sulla distanza legale a tutela dell’asserito diritto di veduta, in quanto i due balconi, da cui rispettivamente i ricorrenti vorrebbero esercitare la veduta laterale e la odierna resistente ha invece installato una tenda, si trovano ad una distanza inferiore a quella legale di cui all’art. 907. Ne ha quindi tratto la conclusione che, poichè il preteso diritto non risulta sussistente sulla base dello stato dei luoghi, i ricorrenti avrebbero dovuto fornire la prova di averlo comunque acquistato, gravando la controparte di una servitù, con l’ulteriore conseguenza che, non essendo stata tale prova fornita, la domanda andava rigettata.

Il ragionamento così seguito dalla Corte territoriale merita di essere condiviso, apparendo del tutto conforme all’orientamento sopra evidenziato. E’ evidente, infatti, che l’esistenza di una distanza inferiore a quella legale tra i due poggioli costituisce uno stato di fatto incompatibile con il diritto di veduta così come vantato dai ricorrenti. Nè, in contrario, giova osservare che il diritto di veduta non può essere limitato alla veduta diretta, comprendendo anche la veduta laterale, trattandosi di affermazione non solo apodittica, ma anche contrastante con il principio di compatibilità tra contenuto del diritto e stato dei luoghi sopra enunciato.

La doglianza secondo cui il giudice di merito non avrebbe tenuto conto del fatto che i ricorrenti avevano acquistato il diritto vantato per destinazione del padre di famiglia, per essere stato il loro poggiolo costruito prima di quello della controparte, muove invece da una deduzione in fatto che deve ritenersi sollevata per la prima volta in questo grado, non apparendo trattata dalla sentenza impugnata e non avendo i ricorrenti assolto, in omaggio al principio della autosufficienza del ricorso, l’onere di allegare la sua già avvenuta deduzione, specificando in quale atto processuale ciò è avvenuto (Cass. n. 2275/2005; n. 18254/2004; n. 5150/2003). La censura è quindi inammissibile, dal momento che introduce una questione nuova, in violazione del principio secondo il quale i motivi del ricorso per Cassazione devono investire questioni già facenti parte del tema del decidere. Con un secondo motivo, il ricorso censura, sotto il profilo della violazione e falsa e/o erronea applicazione dell’art. 833 cod. civ., l’accertamento negativo compiuto in sentenza circa la natura emulativa del manufatto contestato, osservandosi che dalle risultanze processuali risulta che la tenda, non costituendo idoneo riparo dal vento o dal sole, è atto puramente emulativo. Con un terzo motivo, si denunzia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, assumendosi che i giudici di merito, sia di primo che di secondo grado, non hanno affrontato nè dato una risposta alla questione sollevata dai ricorrenti in ordine alla natura emulativa della tenda.

I due motivi, da trattare congiuntamente per la loro evidente connessione, sono entrambi infondati.

Il rigetto della domanda che lamenta il carattere emulativo del manufatto contestato risulta, infatti, adeguatamente motivato con il rilievo in fatto, come tale incensurabile in questa sede, che la tenda, oltre a funzionare da frangivento, ha anche lo scopo di proteggere la privacy della convenuta, permettendole di sostare nel balcone al di fuori dello sguardo dei vicini. Il ricorso contesta la prima funzione attribuita dalla sentenza al manufatto, ma non la seconda, il che appare, di per sè sufficiente, a giustificarne la reiezione. Ciò non solo per il principio, più volte affermato da questa Corte, secondo cui il ricorrente ha l’onere di contestare tutte le ragioni idonee a sostenere in via autonoma il capo della decisione gravato, ma altresì in quanto, al fine di escludere il carattere emulativo di un determinato atto, è sufficiente, come ricorda la stessa sentenza di merito, che esso abbia, per il suo autore, una qualche concreta utilità, che cioè non sia stato posto in essere al solo fine di recare molestia al vicino (Cass. n. 13732/2005). Nella specie, tenuto altresì conto della stessa natura del manufatto in questione, la soluzione adottata dal giudice di merito appare quindi senz’altro corretta e logicamente motivata.

Il ricorso va pertanto respinto, con ogni conseguenza sulle spese.

 

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese, che liquida in euro 2.100,00 di cui euro 2.000,00 per onorari.

Così deciso in Roma, il 19 ottobre 2005.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2005

 

Gennaro Guida

Gennaro Guida, avvocato civilista del Foro di Salerno, si occupa in via prevalente delle problematiche connesse alle locazioni ed al condominio. Ha pubblicato articoli di dottrina e note a commento della giurisprudenza di merito e di legittimità sulla “Rassegna delle Locazioni e Condominio”, già edita dalla Cedam e su “Immobili & Diritto” de’ Il Sole24Ore. Coautore del testo “Il condominio nelle legislazioni europee”, edito da ANACI. È direttore del Centro Studi Provinciale dell’ANACI di Salerno e membro del Centro Studi Nazionale dell’ANACI. Sito internet www.guidaiuris.com